Una classe politica inette che fa sprofondare il suo territorio, il suo illustre passato, calpestato e vilipeso.
La città capitale dell’Isola fino all’anno ’900 prima della sconfitta maledetta degli Arabi (con l’Eccidio) che portarono il titolo a Palermo. Siracusa la città di un tempo dei regnanti adesso ridotta dei poveri, dei derelitti e dei mascalzoni politici non meritano di amministrare i “nostri soldi” pubblici!!! Vergogna.
A Siracusa dove non è più dato per scontato «né il pane né la speranza» che pure avevano costituito per secoli il serbatoio di risorse di questa città.
Davvero oggi niente è più scontato, nemmeno la proverbiale rassegnazione dei Siracusani che ha finito col rappresentare una incrostazione talmente spessa da gettare in un profondo letargo non solo una intera città ma, di riflesso, l’intera provincia.
Un Siracusano, già nel 1890, si lasciava andare ad un’amara riflessione affermando che “Siracusa è una città disgraziata in mano di gente senza ingegno e senza cuore e senza iniziative. Tutto procede irregolarmente e abbandonato ai peggiori».
Questo Siracusano lo diceva quando la porta Ligny (o porta Ligne) un’antica porta militare borbonica che regolava l’accesso all’isola di Ortigia, a Siracusa che si trovava in prossimità dell’odierno Ponte Umbertino, tra Piazza delle Poste e il lungomare della Darsena, lato Ortigia, veniva inesorabilmente demolita nel 1893. Tesoro perduto.
Un elegante biglietto da visita distrutto, senza identità storica. Senza dignità.
Una città che non ricorda il passato è una città morta. Solo fieri degli antichi greci di Corinto, dominatori del Mediterraneo di cui Roma temeva, è tanto.
Non c’è pace per i tiranni che si rivoltano nella tomba e quella di Archimede profanata dai siracusani scellerati, smemorati.
Come scriveva il prof. Arturo Messina sul quotidiano Libertà Sicilia: «Anche nella toponomastica ci sono discrasie come piazza Archimede non degnamente rappresentata dal nostro insigne concittadino se non con quella statuetta mortificante per l’umanità, posta accanto al ponte S. Lucia. Vergogna».
Ma forse i siracusani sono talmente abituati alla loro vergogna che non ci fanno più caso. Hanno la faccia di stagno. Nella etimologia: faccia di bronzo, sono delle persone prive di pudore, gente ipocrita, sul loro viso non leggerai mai la verità o la menzogna, la vergogna anche se viene sbugiardato, senza fare una piega; di chi mente senza scomporsi; di chi non arrossisce mai, proprio come se avesse il viso di bronzo.
Siamo messi male.
«Dicevamo della toponomastica che non ricorda la bellissima ed elegante «porta Ligny» come altri personaggi storici che come un fattore di eredità consanguinea hanno reso famoso il nostro territorio.
«Uno dei cognomi più noti del territorio siracusano, sia come capoluogo che come provincia, è indubbiamente quello dei Bianca. Nella sola Siracusa ce ne sono un centinaio di famiglie: basta vederlo dall’elenco telefonico.
Abbiamo visto che il Bianca della toponomastica siracusana è Gustavo, però era un esploratore che non apparteneva al territorio siracusano.
Il Bianca più celebre della provincia aretusea è stato Giuseppe.
Bianca Giuseppe, botanico, nacque ad Avola da Corrado Bianca e Anna Molisina, il 4 febbraio del 1801. Al fonte battesimale, dove fu tenuto dal barone Francesco Di Maria e dalla nobile signorina Palma Dio Stefano, gli furono messi ben quattro nomi, come si usava nelle famiglie più distinte: Giuseppe, Antonino, Salvatore e Corrado. Per la storia, comunque, è noto semplicemente con il primo: Giuseppe Bianca.
«Egli aveva un autentico spirito umanistico, prosegue il prof. Messina, per cui si dedicò profondamente allo studio dei migliori classici italiani, latini e greci, rinchiudendosi, proprio nel periodo in cui faceva altrettanto, a Recanati, Giacomo Leopardi, nel suo studio, arricchendosi come lui della più vasta erudizione letteraria, artistica, geografica, giuridica, filosofica, matematica, marinara, persino biblica…
«La Toponomastica a Siracusa non ha una via dedicata a Giuseppe Bianchi ma a Gustavo Bianchi, la quale si trova dopo il n. 26 di Via Marco Polo, a via Cristoforo Colombo, ossia nella zona tra contrada Fanusa e l’Arenella, ossia nella zona dedicata agli esploratori e navigatori.
«Abbiamo parlato di Giuseppe Bianca, che nacque ad Avola nel 1801. Adesso è giusto parlare di Giuseppe Bianchi, detto Veneziano, cioè proveniente da Venezia nel 1548, quindi col nome al plurale, sia perché vissuto alcuni secoli prima, sia perché vissuto e venerato proprio a Siracusa. Naturalmente, il nome al plurale divenne al singolare nel Sud Italia, come regolarmente è avvenuto, per cui si è trasformato in Bianco e Bianca.
A Giuseppe Bianchi è invece dedicata la grotta santuario che si trova sotto la chiesa dell’Addolorata e che dà nome a tutto il quartiere: Grottasanta.
Dopo una vita durata un secolo, in cui il venerabile dimostrò la sua santità compiendo anche numerosi prodigi, che a lui si attribuirono, come pure diverse profezie, come quelle della carestia che sarebbe avvenuta nel 1646 in cui i Siracusani sarebbero stati salvati dalla fame per la misteriosa comparsa di una nave carica di grano, la cui presenza nel porto sarebbe stata annunciata da una colomba mentre il popolo era in preghiera nella cappella di Santa Lucia, nonché la profezia del terremoto che sarebbe avvenuto mezzo secolo dopo, nel 1693.
Il venerabile Giuseppe Bianchi morì all’età di 99 anni; alcuni dicono all’età di 103 anni, il primo venerdì di marzo del 1647, come lui aveva predetto e desiderato. Dopo la morte, nel 1765, gli si fece il processo di canonizzazione ed è ritenuto fra i beati.
Il prof. Aurturo Messina aveva condotto una ricerca dove mi individuava come erede discendente genetico del Giuseppe Bianchi (detto veneziano), Bianca Giuseppe, scienziato botanico (avolese), Giuseppe Bianca, siracusano, il primo sacerdote a guidare la parrocchia di Priolo Gargallo elevata a chiesa delegando al marchese Gargallo la scelta del parroco che assurgeva ad una sorta di rettore del territorio, era il 2 ottobre del 1814.
Ed ancora il prof. Arturo Messina: «Bianca Giuseppe si chiama anche il siracusano Joe, fondatore e direttore dell’unico quotidiano locale, il più longevo da diversi decenni, che resiste al tempo e si va sempre più diffondendo per qualità giornalistica, sociale e morale: Libertà Sicilia, che ha alcuni anni addietro pubblicato tutti questi miei articoli nella pagina culturale.
«Egli, del resto, per fisionomia e temperamento, conclude Messina, fa ricordare il discendente avo Giuseppe Bianca avolese di nascita ma siracusano di elezione e di azione.
«E chissà, perciò, che forse per questi straordinari meriti non gli si dedichi meritatamente una strada, quando – gli auguriamo più tardi possibile – sarà chiamato alla casa del Padre!».
Ma noi facciamo gli scongiuri affinché questa profezia non si avveri, per essere ricordati al servizio dei siracusani in umiltà solo come paladini della verità.
Un sorriso,
Joe Bianca



